domenica 5 gennaio 2014

Travaglio nell'articolo di oggi parla del Movimento 5 Stelle

Mi scrivono diversi elettori dei 5Stelle per contestare il mio articolo “I guardiani dello stagno”. In sintesi, ripetono ciò che dice Beppe Grillo. 1) Di Renzi non c’è da fidarsi, men che meno del Pd. 2) Noi non facciamo accordi con nessuno e il nuovo sistema elettorale lo discutiamo in Rete con la nostra base. 3) Questo Parlamento è delegittimato dalla sentenza della Consulta sul Porcellum e dunque non può riformarlo. 4) Napolitano deve sciogliere le Camere, mandarci a votare con il vecchio Mattarellum e lasciare che sia il nuovo Parlamento finalmente eletto e non più nominato a metterci mano. In linea di principio, sono tutti argomenti, se non condivisibili, almeno rispettabili. Ma completamente fuori dalla realtà.

1) Per sapere se Renzi sia affidabile o meno, bisogna andare a vedere le sue carte. Se nasconde un bluff, peggio per lui. In caso contrario, peggio per i 5Stelle. Qui non si tratta di firmargli una cambiale in bianco, né – come chiedeva Bersani – di votare la fiducia al buio a un governo deciso da altri e altrove: si tratta di vedere se, nei mesi che mancano all’auspicata fine di questa ridicola legislatura, si possano approvare alcune riforme di rottura che rientrano nel programma dei 5Stelle, ma soprattutto negli auspici di tanti italiani, indipendente da come votano. Renzi propone un ventaglio di tre leggi elettorali, un taglio dei fondi pubblici ai consigli regionali, le unioni civili, e l’abolizione del Senato per farne un caravanserraglio di consiglieri regionali. Le prime tre proposte sono buone, la terza pessima. I 5Stelle possono pescare alcune delle proprie proposte più fattibili (embrione di reddito minimo, blocco del Tav Torino-Lione, legge draconiana anti-corruzione e anti-evasione), metterle sul tavolo e discutere con i delegati di Renzi (il Pd, in Parlamento e al governo, è tutt’altra cosa), condizionando il tutto alla rinuncia immediata e definitiva del Pd ai “rimborsi elettorali”. Cos’hanno da perdere? 2) Discutere la legge elettorale in Rete è un’ottima cosa, ma nel frattempo i partiti la discutono in Parlamento e poi l’approvano, pressati dall’imminente pubblicazione della sentenza della Consulta. Se i 5Stelle non partecipano alla discussione e non fanno pesare i propri voti, nascerà una maggioranza Pd-Forza Italia sul modello spagnolo, che favorirà solo quei due partiti (che, con gli alleati-satellite, hanno finora avuto più voti) a scapito di tutti gli altri, 5Stelle in primis. 3) Questo Parlamento è delegittimato, ma chi dice che non può riformare la legge elettorale senz’avere i numeri per impedire agli altri di farlo fa declamazioni oratorie fine a se stesse e – vedi punto 2 – suicide. 4) Lo stesso vale per l’appello a Napolitano perché sciolga le Camere e si dimetta: il presidente ha già detto che non lo farà e i 5Stelle non hanno i numeri per cacciarlo con l’impeachment. Anzi, con il loro immobilismo, fanno di tutto per lasciarlo lì fino al 2020.

Solo facendo saltare l’asse Quirinale-Letta-Alfano si accelera lo sfarinamento del governo Letta e l’addio del suo Lord Protettore. E poi che senso ha dire che questo Parlamento non può cambiare la legge elettorale e che bisogna votare col Mattarellum? Se si sciolgono le Camere ora, il Mattarellum non c’è. C’è invece la legge elettorale ritagliata dalla Consulta con l’abrogazione del premio di maggioranza e delle liste bloccate, cioè il sistema del 1992: il proporzionale puro con sbarramento e preferenza unica con cui si votò per l’ultima volta nella Prima Repubblica. Un sistema che ci condannerebbe alle larghe intese in saecula saeculorum, salvo che un partito o una coalizione non superi il 50% dei voti (mission impossible). È curioso che a battersi per un simile scenario horror sia proprio la forza politica che ne sarebbe più penalizzata. Chi vuole il Mattarellum deve rimboccarsi le maniche, prendere in parola Renzi e sfidarlo a votare la sua proposta numero 2. Se invece, croninianamente, i 5Stelle stanno a guardare, non fanno che fornire ai loro nemici la corda per impiccarli.

Da Il Fatto Quotidiano del 05/01/2014.

Travaglio al Teatro Duse di Bologna

Marco riprende il tour teatrale che riguarda "E' Stato la mafia". Nello spettacolo racconta la presunta trattativa fra Stato e Cosa Nostra partita intorno al 1992 e tuttora in corso.
Il tour riprende da Bologna, dove Travaglio l'11 gennaio presenterà il suo spettacolo presso il Teatro Duse, situato in via Cartoleria, al civico 42.
Il prezzo del biglietto per partecipare alla rappresentazione  parte da un minimo di 14€ a un massimo di 25€.
Lo spettacolo aprirà il sipario intorno alle ore 21.
Il quotidiano online Bologna Today presenta cosi lo spettacolo.

  

Sarebbe stata una negoziazione avvenuta all'indomani della stagione delle bombe del '92 e '93 con lo scopo di giungere ad un accordo che avrebbe previsto la fine della stagione stragista in cambio, tra le altre concessioni, di un'attenuazione delle misure detentive previste dall'articolo 41bis. La trattativa è ancora oggetto di indagini giudiziarie ed è stata dichiarata reale nella motivazione della sentenza del processo a Francesco Tagliavia per le bombe del '92 e '93, secondo cui l'iniziativa per la trattativa "fu assunta da rappresentanti dello Stato e non dagli uomini di mafia". La trattativa quindi è vera, non è più presunta, è certa, è avvenuta e non l'ha voluta la mafia, ma lo Stato e i negoziati fecero da sfondo alle stragi, condizionando la politica negli ultimi vent' anni.
Una storia di patti inconfessabili, di segreti e ricatti che hanno dato vita alla Seconda Repubblica e continuano a inquinare la presunta Terza nata con le elezioni del 2013.
Come nel precedente spettacolo "Anestesia totale", il giornalista sarà accompagnato dalle musiche eseguite dal vivo da Valentino Corvino e affiancato dalle letture di brani di Gaber, Pasolini, Calamandrei, Pertini e Flaiano: testi sulla buona politica, quella che rifiuta ogni trattativa e compromesso con la malavita e il malaffare. Riletti a distanza di anni, i discorsi lungimiranti risuonano di drammatica autenticità e risvegliano il senso di alto decoro e di levatura morale dello Stato e della Costituzione.
Il lavoro di Marco Travaglio, dal titolo così intelligentemente ambiguo, è una boccata di ossigeno perché rinnova la nostra coscienza, riaccende negli spettatori la necessità di combattere l'indifferenza, attraverso le parole di alcuni grandi uomini del nostro Paese e ci lascia l'amaro in bocca, utile antidoto "all'abulia, al parassitismo e alla vigliaccheria".

sabato 4 gennaio 2014

Travaglio e i guardiani dello stagno.

Travaglio sul "Il Fatto Quotidiano" di oggi si chiede perché Renzi si agita tanto? E mette in luce le sue due o tre proposte al giorno? 
Travaglio ce lo spiega cosi:


Travaglio
Che senso ha tutto questo agitarsi di Renzi, che sforna due o tre proposte al giorno? Il neosegretario del Pd sfrutta una posizione di vantaggio che pochi altri protagonisti della politica possono vantare: nei vent’anni disastrosi della Seconda Repubblica, Renzi non c’era, almeno a Roma. Dunque nessuno può imputargli responsabilità nella catastrofe in cui siamo immersi e, quando parla, nessuno può domandargli “dov’eri tu?”. Quando un politico qualsiasi apre bocca in tv e dice “bisognerebbe fare”, la gente cambia canale con un fastidioso prurito alle mani. Quando invece lo fa Renzi, qualcuno gli crede, qualcuno l’ascolta con diffidenza, qualcuno gli dà appuntamento sul terreno dei fatti, qualcuno pensa alla solita propaganda. Ma nessuno può dirgli: “Senti chi parla, quello degli inciuci, del Porcellum, delle leggi vergogna, delle controriforme Fornero”. Renzi però sa che la luna di miele non durerà molto: anzi, per lui durerà molto meno che per i suoi precedessori, eletti in tempi meno nefasti per chi fa politica. Ancora qualche settimana e verrà rottamato anche lui, se non sarà riuscito a cambiare nulla non solo nel Pd, ma soprattutto in Italia. Ed è difficile, per il segretario di un partito che per giunta non controlla né la maggioranza dei suoi parlamentari (espressione del Pd bersaniano, cioè di un’altra èra geologica) né la sua delegazione governativa (quasi tutta formata dagli sconfitti alle primarie), lasciare un segno tangibile di cambiamento. Perciò Renzi si agita tanto. Non solo, come dice Grillo, perché è “uno stalker in cerca di visibilità”. Ma anche perché cerca disperatamente sponde fuori dalla gabbia asfittica della maggioranza, anzi della minoranza di governo: la somma di Pd, Ncd, Sc e Udc nei sondaggi vale un terzo degli italiani. Infatti Renzi riunisce i vertici del partito a Firenze, per non finire immortalato in una di quelle mortifere foto di gruppo romane con i presunti leader che fanno scappare anche i topi.
Non che voglia rovesciare subito il governo: ha semplicemente bisogno di numeri importanti per far passare qualche riforma molto popolare e dimostrare di non essere un parolaio come tutti gli altri. E quei numeri glieli possono portare solo Grillo o B. Che sono i due leader dell’opposizione, il che spiega il terrore fra i guardiani dello stagno: Napolitano, Letta jr., giù giù fino ad Alfano, Monti, Casini e le altre anime morte. B., anche morente, è molto più vispo di tanti quarantenni: infatti s’è subito infilato nel varco aperto da Renzi. Stupisce invece l’inerzia dei 5Stelle, che paiono tornati in preda alla paralisi che li fregò alle consultazioni di marzo-aprile. Oggi come allora, è il momento di andare a vedere il gioco di Renzi. Se è un bluff, avranno il merito di averlo smascherato. Se è una cosa seria, divideranno con lui il merito di avere sbloccato l’impasse: siccome Renzi sa che un asse privilegiato con B. farebbe storcere il naso a molti dei suoi elettori, il M5S può rendere molto preziosi i propri voti in Parlamento, dettandogli alcune condizioni: per esempio, la rinuncia ai “rimborsi elettorali” – da lui promessa finora come merce di scambio – che metterebbe in ginocchio l’apparato Pd. Perché non sfidarlo a mantenere la parola? Se non lo farà, peggio per lui. Se lo farà, non si vede cosa impedisca ai 5Stelle di fare ciò che Grillo predica da sempre: accordarsi in Parlamento sulle cose da fare. Alcune sono di dubbia utilità (tipo un Senato ridotto a carrozzone di consiglieri regionali). Altre sono utilissime, come una delle tre proposte di legge elettorale (specie la seconda, che riproduce grosso modo il Mattarellum), le unioni civili e il taglio delle prebende ai consigli regionali. A queste, per reciprocità, M5S potrebbe chiedere di aggiungere un paio di propri cavalli di battaglia. E otterrebbe tre effetti collaterali mica da ridere: tagliare l’erba sotto i piedi al trio Napolitano-Letta-Alfano; mettere definitivamente fuori gioco B.; e avvicinare le elezioni. Renzi si agita troppo, ma chi sta fermo è peggio di lui.
Da Il Fatto Quotidiano del 04/01/2014

giovedì 2 gennaio 2014

La riforma della giustizia : tana libera tutti

Marco Travaglio scrive un articolo che parla del nuovo ddl sulla riforma della giustizia.
Nell'articolo Travaglio mette in evidenza un fatto: dopo il decreto svuota carceri arriva il decreto anti arresti!
Sembra infatti che il nuovo ddl ponga dei limiti sulla metodica dell'arresto.
Il tutto viene ben spiegato da Travaglio, ecco l'articolo scritto sul Fatto Quotidiano in cui ne parla:

Provate a indovinare: qual è per il governo la prima emergenza della giustizia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere? Non ci arriverete mai, ci vuole un aiutino: la prima emergenza della giustizia in Italia dopo i troppi condannati che finiscono in carcere sono i troppi arrestati che finiscono in carcere.


Quindi, dopo il decreto svuota-carceri, ci vuole una bella legge anti-arresti. Vi sta provvedendo la ministra Cancellieri, coadiuvata da un’apposita commissione presieduta da Giovanni Canzio, il presidente della Corte d’appello di Milano che nel febbraio 2012 impiegò un mese per respingere la ricusazione dei giudici del processo Mills, regalando così a B. la sua ottava prescrizione. Insomma l’uomo giusto al posto giusto per una giustizia più rapida ed efficiente.

Il disegno di legge infatti è comicamente dedicato alla “velocizzazione del processo penale” e prevede alcune novità strepitose. La prima è l’obbligo per il giudice di interrogare l’indagato prima di arrestarlo: oggi infatti capita che alcuni candidati all’arresto, non sapendo di essere nel mirino dei magistrati, si facciano trovare in casa al momento del blitz e dunque finiscano sventuratamente in manette. Il governo ritiene che ciò non sia sportivo: l’arrestando dovrà essere preavvertito col dovuto anticipo della prava intenzione dei giudici, convocato per l’interrogatorio e ivi informato dettagliatamente dei sospetti che gravano sul suo capo: così, ove ritenesse ingiusto il proprio arresto, avrà modo di dileguarsi per tempo.

La seconda ideona è quella di affidare la decisione sulle richieste di cattura dei pm a un collegio di tre giudici. Oggi se ne occupa uno solo, il gip, anche perché poi l’arrestato può ricorrere al Tribunale del Riesame (tre giudici) e, se gli va buca, alla Cassazione (5 giudici). Ma, per il governo, un pm e 9 giudici non bastano ancora. Dunque ciò che oggi fa uno solo domani lo faranno in tre, così si spera che litighino fra loro e lascino perdere.
L’effetto accelerante di una simile norma non può sfuggire. Naturalmente nei tribunali più piccoli sarà difficile trovare tre giudici liberi, o non incompatibili per essersi già occupati di vicende affini: così molte catture non si faranno più o andranno alle calende greche. Il ddl governativo parla di sopprimere i tribunali del Riesame, che però oggi intervengono in seconda battuta ed esaminano un numero molto inferiore di casi (e quando il sospettato è già stato assicurato alla giustizia). In ogni caso si fa presto ad aggiungere un ente, mentre è molto complicato sopprimerne uno (vedi l’accrocco fra regioni e province).

Terza novità: niente più limiti al colloquio nei primi cinque giorni fra l’arrestato e il difensore (salvo per mafia e terrorismo). È una norma di elementare buonsenso per evitare che l’arrestato, prima dell’interrogatorio, venga istruito a tacere o a mentire secondo un copione prestabilito. Ora invece sarà un gioco da ragazzi per l’avvocato “formattare” l’arrestato per dettargli le cose da dire e quelle da non dire, i complici da inguaiare e i mandanti da salvare, specie nei processi di corruzione e criminalità finanziaria, dove spesso il difensore rappresenta non solo il singolo, ma l’intera organizzazione criminale.

L’ultima genialata è l’idea di escludere dal giudizio abbreviato le parti civili, che per il risarcimento dei danni dovranno avviare una separata causa civile, costosissima e lunghissima. Così le vittime di delitti gravissimi (l’abbreviato è previsto persino per l’omicidio) saranno escluse da molti processi: un capolavoro.

Ma non basta ancora, perché il ddl governativo verrà integrato con la legge anti-manette Ferranti & C. appena varata in commissione Giustizia. Questa fra l’altro – come spiega Valeria Pacelli sul Fatto Quotidiano di oggi – rende praticamente impossibile arrestare gli incensurati.Che non sono soltanto i delinquenti alla prima impresa, ma anche quelli rimasti impuniti e beccati per la prima volta. A questo punto manca soltanto un codicillo: l’arresto obbligatorio, per manifesta pericolosità sociale, del pm che chiede un arresto.
In galera.

mercoledì 1 gennaio 2014

Travaglio risponde ad alcuni commenti lasciati sotto un suo articolo

L'articolo di Travaglio scritto il 30 dicembre sul Fatto Quotidiano mette in luce degli aspetti fondamentali, non solo sul grado di disinformazione in cui navigano gli italiani, ma anche si come lui lavora come giornalista. 
Vi riporto le sue parole: 

Leggo, fra i commenti al mio articolo sulla “riforma” della custodia cautelare, le solite scemenze dei soliti disinformati. Alcuni blaterano di un mio processo finito in prescrizione: si tratta di quello nato da una querela diCesare Previti, concluso in primo grado con una pesante pena detentiva, in appello con la riduzione della sanzione auna piccola multa di 1000 euro e in Cassazione con il rigetto del mio ricorso e con la conferma della sentenza d’appello, nonostante fossero da tempo decorsi i termini della prescrizione. Premesso che – non essendo io un pubblico ufficiale, ma un giornalista, ed essendo imputato non di corruzione, o falso in bilancio, o mafia, od omicidio, ma per un articolo di giornale – non avrei avuto alcun motivo per rifiutare la prescrizione, è dunque falso che io abbia beneficiato della prescrizione. Quindi chi continua a diffondere questa balla è pregato di inventarsene un’altra.


Altri mi accusano di aver condotto una campagna per salvare Alessandro Sallusti dal carcere (e dunque di non avere titolo per commentare la controriforma della custodia cautelare in cantiere). E’ falso anche questo. Ho sostenuto ciò che dico da sempre: e cioè che i giornalisti, per i loro articoli diffamatorii, devono essere condannati a pene detentive quando sbagliano dolosamente, cioèdiffamano sapendo di diffamare; se invece sbagliano in buona fede, devono subito rettificare l’errore e scusarsi per ridurre il danno arrecato alle vittime. E in questo caso la pena non dev’essere detentiva. Se invece insistono, è giusto che vengano condannati al carcere e vi scontino la pena. Naturalmente, anziché scusarsi e riparare, sia pur tardivamente, al danno arrecato al giudice diffamato, Sallusti rincarò la dose, dunque fu giustamente condannato anche in Cassazione a una pena detentiva che gli fu risparmiato di scontare in carcere solo grazie alla nuova linea adottata ad hoc dalla procura di Milano, che lo lasciò agli arresti domiciliari; questi poi evaporarono in seguito alla grazia gentilmente offerta dall’apposito Napolitano. Nel frattempo tornai a occuparmi della vicenda diverse volte, anche correggendo un’inesattezza contenuta nel primo articolo (Sallusti era stato condannato anche per responsabilità diretta nella diffamazione, e non solo in quanto direttore di Libero per l’”omesso controllo” su un articolo altrui firmato “Dreyfus” e scritto – si scoprì poi – da Renato Farina).
Chi volesse documentarsi sul tema, può cercare online i miei articoli sul Fatto intitolati “Salvate il soldato Sallusti” (il primo della serie) e “Gli infarinati” e quello uscito sull’Espresso, nella rubrica Carta Canta, dal titolo “E’ Sallusti che perseguita Sallusti”. Così gli amici di questo blog potranno valutare l’attendibilità e la credibilità di certi commentatori che lo infestano con le loro baggianate.